Di mimose e macerie.

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Di tutte le atrocità quotidiane che i telegiornali ci consentono di apprendere ogni giorno, ce n’è una che mi ha lasciato un sapore particolarmente amaro in bocca. Si tratta di una notizia di matrice inglese dove un padre – poiché il sostantivo “mostro” non è contemplato nei tradizionali schemi dei rapporti di parentela sociologici – avrebbe abusato della figlia, ripetutamente, per anni ed anni.

L’ultima violenza, la più recente, è stata conseguenza del coming-out della sedicenne, uno stupro mosso da un’idea ben precisa: dimostrarle che, senza dubbio, “il sesso con gli uomini è meglio di quello tra donne”.

Ora, l’ottima notizia è che il giudice Andrew Lockhart del tribunale di Warwick Crown ha condannato l’uomo a 21 anni di carcere senza possibilità di sconto di pena, poiché oltre al gravissimo reato di stupro, vi è un’aggravante: l’incontestabile e incontrollata rabbia con la quale l’uomo ha commesso il crimine, oltre che fomentata da evidenti problemi di natura psicologica, è certamente classificabile come atto omofobo.

Si potrebbe pensare quindi ad una simil vittoria, poiché per una volta la giustizia sembra aver fatto il suo corso. Ma non si può mai parlare di vittoria in queste situazioni, poiché sia la sedicenne che la sorella maggiore – abusata anch’essa per anni prima di scappare di casa – necessitano di riabilitazione psicologica e psichiatrica. Riabilitazione – re-imparare loro qualcosa che in precedenza gli apparteneva ma che gli è stato strappato via senza rimorso.

Ho sentito di questa ragazza ieri che era l’8 Marzo, la festa delle donne. Ho visto tanti scenari particolari, ragazze manifestanti che urlavano a pieni polmoni sperando, almeno una volta, di essere ascoltate e comprese. Possibilità di visite ginecologiche e senologiche gratuite, come quelle offerte dall’Università La Sapienza. Scioperi, tanti fiori, sorrisi e complimenti tutti al femminile. Nella speranza di celebrare doverosamente una giornata di enormi passi avanti nella sfera dei diritti umani – diritti concernenti, in particolare, donne, poiché da esse desiderati ed ottenuti.

Ma, amando andare controcorrente, mi permetto di dire che quello che non ho visto è stata una reale lotta. Uno sciopero, in un’Italia dove vi sono, oramai, una media di tre scioperi mensili, non si tratta più di una novità, ma solo un ulteriore impedimento alla circolazione e al buonumore. Quello che non ho visto è la diffusione di precisi ideali, ma soltanto accozzaglie di idee sentite un po’ qua ed un po’ la, come per il gioco del telefono. La parola finale raramente è identica alla prima.

Nella marcia per la manifestazione, le portavoce armate di megafono urlavano motti e slogan senza veramente motivare le loro azioni, senza lasciar trapelare la passione che avrebbe dovuto spingerle a scendere in piazza un Giovedì pomeriggio di Marzo, invece che andare da qualsiasi altra parte, confondendo le idee di chi le ascoltava attentamente e fomentando l’ignoranza di coloro che si opponevano già in partenza.

Dunque, in seguito ai recenti avvenimenti, in seguito a manifestazioni, all’abuso del termine femminismo e alla serie di insuccessi riportati dal movimento femminista per via di pregiudizi e generalizzazioni insulse, non sarebbe forse il caso di rivedere il movimento dalla testa ai piedi? Non sarebbe ideale iniziare a mobilitarsi seguendo degli ideali precisi e non pensieri disordinati che mirano all’imposizione femminile sopra quella maschile, mettendo così in cattiva luce quanto di buono è stato fatto negli anni passati?

Io, adesso, come in futuro, voglio lottare per me stessa,  per la sedicenne inglese sopraccitata, e per tutte le altre donne che ricevono quotidianamente abusi pensando non ci sia via d’uscita possibile, se non la morte. Voglio lottare perché nella testa di ogni donna ed ogni uomo vi sia la convinzione di essere ascoltati, di essere aiutati. Di ricevere giustizia. Di poter, un giorno, non avere più paura.

La mia è una scrittura sicuramente populista, mi piace ricalcare temi che creano nausea, ma anche un po’ dipendenza. Mi piace parlare di argomenti facili, perché so di ottenere così facile attenzione. Eppure, nel mio piccolo, spero che le mie parole facciano breccia, invitino alla riflessione, siano di ispirazione per qualche giovane, che li inciti alla rivolta. Alla felicità di poter vivere senza dover chiedere il permesso.

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Election hangover

… con la straordinaria partecipazione dei migliori comici italiani.

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(credits to Huffington post)

Non so se riuscirò concretamente a concludere quest’articolo senza scadere nel banale e nel sentito e risentito; d’altronde questo è un rischio che si corre costantemente quando ci si addentra nel campo della politica. Ma non potevo, moralmente e razionalmente, non buttare giù due righe riguardo gli avvenimenti delle ultime 48 ore, la testimonianza di una poco più che ventenne spaesata nel luogo al quale dovrebbe sentire di appartenere con ogni fibra del proprio essere.

Sconosciuta nel mio paese, un paese verso il quale nutrire ulteriori speranze significherebbe scommettere ancora e ancora sullo stesso cavallo zoppo e malandato che non ha mai portato a casa un risultato positivo.

Non è mia intenzione elogiare o denigrare alcun candidato o l’elezione politica in sé, per ricevere feedback di questo tipo basta leggere la prima pagina di un qualsiasi quotidiano, per riceverli in chiave populista basta consultare la homepage di Facebook, zeppa di subnormali esseri convinti di aver scoperchiato il vaso di Pandora e di aver trovato finalmente lo strumento per riportare l’Italia ad una stabilità economica, oltre che politica. Gli stessi che, volenti o nolenti, sono campioni d’analisi statistiche, grazie al quale si evince che in Italia il tasso di analfabetismo corrisponde al 28%, classificazione che sottolinea questo difetto, particolarmente rispetto a molti altri paesi europei. Grazie al suffragio universale, per la quale generazioni, uomini e donne si sono battuti, questi simpatici pezzi di collettività possono usufruire del loro diritto al voto politico.

Il semplice intento di questo scritto è quello di mostrare che, nonostante l’apparente incapacità di ripresa post “election hangover” nel quale si vocifera di improbabili alleanze, di un governo tutto di CDX, del “povero” Mattarella messo costituzionalmente di fronte ad una decisione, di un governo tecnico, di marachelle speculative in attesa delle prossime votazioni definitive in sei mesi, l’unica certezza è che si prospettano tempi bui per la politica italiana – se fosse poi possibile ritrovarsi nella melma ancor più di quanto non ci avessero già gettato antecedentemente.

Una di quelle storie che non si ha piacere di raccontare ai propri nipoti senza l’amaro in bocca di chi nel cuore e nella testa è convinto che le cose, con altri presupposti, altre organizzazioni, altre forme legislative, in un contesto differente – a malincuore, non quello italiano – sarebbero potute andare diversamente.

La famosa fiamma della rivolta, di cui tante volte negli anni ho sentito parlare con molteplici declinazioni, rischia pericolosamente di venire soffocata, una volta per tutte, senza ipotesi e scenari di una soluzione facile e felice, ma quella di una condanna destinata a gravare sulle nostre teste per almeno altri cinque anni.